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Il bengalese arrestato per errore. “Finito un incubo durato 10 anni”

Mohamed Salim è esploso in un pianto liberatorio. Per dieci anni è stato processato a Palermo al posto di un’altra persona. Per un periodo lo hanno considerato latitante. Ora l’assoluzione e la speranza di una nuova vita e delle cure mediche necessarie per la sua salute.

PALERMO – Mohamed Salim è esploso in un pianto liberatorio. Era finito dentro un tunnel che sembrava senza uscita. Per anni lui e il suo legale, l’avvocato Giuliana Vitello, hanno combattuto la battaglia per smascherare il clamoroso errore giudiziario. Per dimostrare che la giustizia italiana lo aveva scambiato per un’altra persona. Alla fine ce l’hanno fatta. E quando il suo avvocato gli ha comunicato al telefono che l’incubo era finito non ha potuto e voluto trattenere le lacrime.

Ci sono voluti dieci anni, però. Pieni di dolore. Mohamed era arrivato in Italia con un regolare permesso di soggiorno, che gli è stato ritirato. Quindi, ha perso il lavoro come badante ed è diventato un clandestino. Infine, addirittura, latitante. Nel frattempo, infatti, come racconta il suo legale, visto che il bengalese non parla la nostra lingua, “si era trasferito a vivere a Monza in casa del fratello per curarsi. È un soggetto dializzato”. E così gli agenti che andarono a notificargli l’ordine di arresto lo dichiararono “irreperibile”.

La sua latitanza è finita con le manette. Ha trascorso quasi un anno ai domiciliari. Adesso, fa sapere l’avvocato Vitello, chiederemo il “risarcimento del danno per ingiusta detenzione. Il mio cliente è stato danneggiato enormemente da questa incredibile vicenda. Ho tentato più volte di far rilevare l’errore. Fin dall’udienza preliminare, ma senza successo”.

Una vicenda incredibile che inizia quando i pubblici ministeri mettono sotto intercettazione alcuni presunti componenti di una banda che procurava falsi documenti e finte assunzioni a migranti irregolari. Le attenzioni si concentrano, tra gli altri, su Mohamed Salim che non è, però, lo sfortunato bengalese, ma un albanese. In comune avevano solo il nome. Tutto il resto era diverso: nazionalità, residenza, stato di famiglia. E poi c’era un particolare che smentiva, da subito, i panni di criminale che gli erano stati cuciti addosso. Il bengalese per le sue precarie condizioni di salute non poteva spostarsi, come voleva l’accusa, su e giù dai Balcani per organizzare le trasferte degli sfortunati clandestini.

“È stato difficilissimo garantirgli le minime cure necessarie – spiega il legale -. Speriamo che la sentenza cambi le cose. Ora proveremo a fargli ottenere un nuovo permesso di soggiorno. Ha bisogno della migliore assistenza sanitaria”. E forse lo Stato italiano glielo deve pure alla luce dell’errore di cui è stato vittima e della situazione economica in cui versa: “Il fratello gli ha detto – conclude l’avvocato Vitello – che non ha i soldi per tenerlo in casa e lui non sa più che fare. Si tratta di una situazione disperata”.

 

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